Livia Lombardi intervista Luigi Antonio Perrotta

Presentazione de Il libro bianco di Luigi Antonio Perrotta

Intervista di Livia Lombardi – Caffè letterario Mangiaparole

Il libro decisamente originale di Luigi Antonio Perrotta ha un titolo quanto mai emblematico “Il libro bianco”; in realtà si tratta di pagine piene di molti temi, tra cui possiamo sottolineare: la scrittura come fonte di ispirazione e di vita, le rappresentazioni oniriche che ci accompagnano nella nostra vita, i sentimenti umani positivi e negativi, i rapporti che intercorrono tra le persone reali o visionarie (come i ciclopi Cimmeri o gli uomini neri) e che talvolta condizionano il nostro essere e la nostra quotidianità. È un libro che non si legge tutto d’un fiato ma anzi viene spesso voglia di tornare su alcuni passi per approfondire meglio cosa provano i personaggi o per capire le interrelazioni tra loro e le interconnessioni tra gli episodi narrati.

Come ha deciso di scrivere un libro su questo genere e come ha scelto i temi generali da sviluppare. Si è ispirato a qualche libro particolare, alla vita di tutti i giorni, a fatti quotidiani o ha inventato tutto ex novo?

Gli inizi sono sempre più ampi di quello che si riesce a raccontare, qualche volta tante idee si condensano, o si ricongiungono, in un’immagine che dà la scintilla alla storia, una storia che prenderà direzioni e forme diverse. La prima immagine legata a questo libro è stata quella in cui un nano, o un essere fantastico dai contorni ancora incerti nella mia mente, mi proponeva un viaggio. Non avevo dato forma a nessun personaggio se non a questo, dalle tine oniriche, che in una maniera piuttosto allarmata mi indicava qualcosa da fare, un posto dove andare. Nel mese di novembre – lo stesso mese in cui gli eventi del romanzo si avviano – inizio a narrare questo primo “imput” e il viaggio prende il largo, trovando gradualmente la sua struttura. Rispetto ai libri che possono avermi ispirato, penso che ogni lettura si conserva a qualche livello, le storie che leggo lasciano tracce che possono evocare tanto, in forme e in tempi diversi. Per la scrittura credo accada ciò che accade con gli atomi, tracce diverse di atomi di materie lontane nel tempo e nello spazio si configurano in maniera completamente differente dando forma a qualcosa di nuovo, così le idee che una lettura sedimenta dentro, danno forma a racconti diversi in posti diversi. In ogni libro ci sono sempre tanti altri libri, anche quando il riferimento non è diretto o immediato. Così come ci sono anche pensieri e domande su cui mi sono sicuramente soffermato prima e altrove, poi tutto si mescola ed è sempre qualcosa di “nuovo” e “vecchio” insieme.

La scrittura, i libri sono un po’ il tema portante della storia. È proprio così per chi scrive: trovarsi spesso in un mondo fantastico dove la realtà si intreccia con la fantasia, dove nani, uomini si materializzano creando speranze, percorsi da seguire, messaggi da decifrare?

La scrittura è un atto creativo, crea mondi, ma più di tutto cerca di dare un senso al “proprio” mondo, interno ed esterno. L’atto creativo cerca di legare i più livelli della realtà, consente di avvicinare il “dentro” con il “fuori”, il sogno con le contingenze esterne della vita, il sotto con il sopra (come nel libro), e cerca anche di integrare il dolore con il piacere. La scrittura è anche uno sforzo che tenta di dare un significato a ciò che si vive e si sente, cercando una cornice di senso più ampia all’esperienza, permettendone la narrazione e la condivisione. Nella narrazione più ci si avvicina al nucleo universale dell’esperienza e più nel lettore vibra qualcosa, si fa presa su qualcosa che non è solo dell’autore ma è potenziale patrimonio di tutti. Chi si avvicina al prodotto creativo troverà una possibile elaborazione, risposta, rappresentazione o narrazione a questioni che hanno interrogato non solo l’artista ma anche chi si nutre di quell’opera. Nei libri è possibile percorrere i percorsi già tracciati da altri rispetto a domande che anche il lettore si è posto. I libri sono sempre un incontro di più vite, più luoghi e più significati possibili ed è per questo che scrivendo, come leggendo, ci si trova in tanti mondi e tempi. Si conoscono posti nuovi, pensieri diversi, persone diverse, dove i fatti si intrecciano con i pensieri propri e altrui. Ci sono tante porte per ciascun libro e per ciascuna lettura, e la scrittura offre la possibilità anche di visitare il dietro le quinte di questi mondi. Nello scrivere è un po’ come giocare con il libretto delle istruzioni rispetto a chi legge.

A proposito di nani. Questi personaggi, a parte le favole infantili, sono molto presenti nella letteratura di origine celtica e germanica. Perché ha fatto riferimento a questa figura alla quale ha dato un ruolo determinante?

L’immagine del nano mantiene contorni un po’ indefiniti e pertanto può evocare più significati. Due in particolare sono pregnanti, il primo attinge dalla mitologia e dal folklore, soprattutto di matrice nord-europee, in cui i nani sono descritti come esperti minatori e amano i luoghi sotterranei; le profondità sono un aspetto centrale del romanzo e lo stimolo per accedere a questo mondo sotterraneo non poteva che venire da un nano. L’altro elemento è legato all’idea di nano in quanto sintesi di aspetti della persona “deformi”, il nano che sintetizza qualcosa che va integrato, incluso, che deve raggiungere una forma più ampia. C’è, infatti, un’evoluzione nella presenza-assenza di questa “parte del personaggio” nel procedere della narrazione. Il nano, dunque, significa contemporaneamente più cose: una parte “piccola”, una parte che ha bisogno di un’altra, complementare, per completarsi, e una parte bizzarra e fantastica, che apre ad una dimensione differente a cui tuttavia è necessario accedere per il viaggio, una parte che in ogni caso va inclusa, ascoltata e, nel caso del libro, “seguita”. Una parte che occorre fare propria.

Talvolta il protagonista si trova in difficoltà e dice che “La scrittura va oltre il “saper scrivere”, richiede un “sapere diverso”. Cosa intende dire?

Penso alla produzione artistica. Come ogni forma d’arte l’aspetto della tecnica è fondamentale, me c’è altro. Qualcosa diventa arte quando intrappola una verità umana, uno stato emotivo, quando fa vibrare ed emozionare. Il prodotto artistico vibra, ed è vivo, quando la tecnica si fonda con la creatività ed è questo che permette di creare qualcosa non solo di nuovo ma di unico. L’arte condensa nel prodotto creato, o nell’atto, una verità universale che qualcuno riesce ad esprimere. Nel libro il protagonista non riesce ad esprimersi, scrivendo, non perché non sia capace o non abbia una certa padronanza con la scrittura – il protagonista ha studiato, ha letto, si è formato in tal senso, lavora in una casa editrice – non è la conoscenza tecnica sullo scrivere che gli manca, ma è la disponibilità ad ascoltare ciò che sente, è la difficoltà ad accedere al suo mondo interno che gli preclude anche la possibilità di narrarlo o di narrare, più in generale. Non riuscire a scrivere il “suo” libro, significa non riuscire a dare voce alla propria storia e non perché gli manca il vocabolario, le parole o il metodo (cioè l’aspetto tecnico) ma perché manca altro. Un sapere del proprio sentire, un sapere sul sentire del mondo. Non è bloccata la penna ma la “mente”, insieme alla “pancia”. Il libro è contemporaneamente qualcosa di esterno e di interno per il protagonista, e se lui non è in grado di accedere alla propria storia, o a quella che intende narrare, allora la storia non può nascere né essere scritta, non può nascere da lui né arrivare all’altro.

Il protagonista parla spesso allo specchio e nel libro si spiega che spesso lo si fa per recitare o quando si vuole preparare un discorso. Cosa può dirci di più rispetto a questa cosa?

Ci sono diversi momenti in cui compare lo specchio e il riflettersi. Lo specchio richiama anche alla specularità della realtà narrata, c’è un oltre lo specchio, e penso ad Alice e alle sue avventure nel paese delle meraviglie. Nel romanzo, ogni volta che il protagonista cerca di comporre la sua immagine nello specchio, questa risulta non nitida, distorta, proprio come l’immagine che ha (o meglio che non ha ancora) di sé stesso. Il lavandino, lo specchio appannato, lo specchio in cui cerca di vedere i suoi personaggi prendere vita, inventandosi per loro discorsi da inserire nelle sue storie, ovunque, questa immagine che il protagonista cerca, è disarticolata. Il personaggio non ha un’immagine definita né definibile. È da notare che non compare mai il nome del protagonista, il nome è un elemento soggettivante, ci dice chi sono. Alla domanda del bruco “Chi esser tu?” Alice risponde nell’unico modo, semplice, ingenuo e diretto, che si possa rispondere: “Alce”, cioè dice il suo nome. Il nome e la forma – considerando che Alice si ingrossa e si rimpicciolisce – sono ciò che la definiscono, prima di altro. Il protagonista, ad un certo livello, non ha né forma/immagine né nome. Tenta di scrivere qualcosa su di sé, un libro, ma in realtà cerca di rispondere alla domanda “chi sono?” e non è semplice, non ci riesce e per questo sta male. Il viaggio che intraprende, è il tentativo di costituirsi come soggetto in grado di incidere sulla sua esperienza, capace di “scrivere qualcosa” di personale, di accedere alla propria storia, soprattutto agli aspetti più dolorosi che si illude di nascondere ad oltranza, senza affrontarli.

Spesso il protagonista perde la cognizione del tempo e fa riferimento ad una frase di Brodskij: “Nel passato quelli che ami non muoiono.” Sarebbe bello un mondo che si fermasse solo ai momenti positivi?

Scrive Proust “Guariamo dalla sofferenza solo provandola appieno”, la frase che usa il protagonista sottolinea la sua sofferenza, il suo tentativo disperato di bloccare il tempo, di non affrontare il suo dolore, di vivere nel passato e quindi di non essere in grado di esprimersi nel suo presente, né di progettare il suo futuro. Il libro che tenta di scrivere, infatti, è e resta bianco. Il protagonista non riesce a progettare nulla di creativo per la sua vita, è bloccato nel lavoro, nelle relazioni, nel rapporto con la sua famiglia, in tutto. Quella del passato è una trappola illusoria, il passato va elaborato, insieme al dolore che spesso porta o ci ha portato; il passato può “passare” come tempo cronologico, nel senso di trascorrere, ma può restare congelato rispetto agli aspetti affettivi. Possiamo soffrire oggi per cose passate, così succede al protagonista, senza che sappia riconoscere da dove viene la sua sofferenza, la sua insoddisfazione; si sente profondamente mancante, anche di parole, ma non sa perché, non riesce ad elaborare aspetti salienti della sua vita. Come spiegano bene i Cimmeri, i minatori e altri personaggi del libro, il tempo si ferma, si può congelare, e quel tempo va ri-trovato, va ri-attraversato e ri-narrato, ri-vissuto. Il passato va affrontato proprio perché resti passato e non ostacoli il presente o il futuro. Un mondo fermo ai momenti positivi è un mondo incompleto, forse folle, illusorio e sicuramente impossibile. La realtà umana, così come quella storica, non possono non contenere gli opposti, nella speranza che essi possano essere inclusi senza troppi strappi o esclusioni.

Il protagonista, come già evidente dalla frase di prima, fa spesso delle riflessioni molto profonde del tipo: “Non possiamo liberarci di ciò che non abbiamo ancora trovato.” Quanto l’ha aiutata la tua professione di psicoterapeuta e psicoanalista nel sondare così efficacemente e profondamente l’animo umano?

La mia professione mi offre una prospettiva diversa e specifica da cui guardare le cose e i fatti, interni ed esterni. Mi apre a livelli diversi di complessità, in tutte le situazioni, ed è grazie a questa prospettiva, frutto della formazione specifica, che posso scrivere e avvicinare alcuni temi in un certo modo. Freud diceva che i poeti e gli scrittori sanno esprimere in maniera efficace e toccante, senza il peso dell’argomentazione scientifica, cose su cui uno specialista arriva dopo tanti passaggi, prima di comprendere e di riuscire a descrivere scientificamente. Quindi credo che questa professione abbia un rapporto speciale con la scrittura. Poi credo che a parte la capacità tecnica dello scrivere, appunto, si può raccontare al meglio solo quello che si è provato, si può raccontare solo un viaggio che si è potuto fare. Per meglio dire, si può accompagnare il lettore nelle parti della propria esperienza solo se a qualche livello, in quelle zone, si è avuto accesso o si è disponibili ad accedere. Quello che voglio dire è che si può avvicinare con la scrittura aspetti dell’animo umano che abbiamo avuto la possibilità di esplorare, noi stessi, scrittori o no, per primi o che non avremmo paura di esplorare qualora ci fosse la possibilità.

A quando un nuovo libro. Lo stile del romanzo è molto particolare, il prossimo lavoro sarà sempre sullo stesso stile?

Si raccolgono idee, si muovono già trame, personaggi, scene, ci sono tanti spunti, tanti volti, tante stimoli e tante storie possibili, ma soprattutto c’è il grande desiderio di scrivere, di dare una forma a queste storie, anche il bisogno di dare vita a queste suggestioni. Sono fiducioso del fatto che riuscirò a dare forma a qualcuna di queste storie, ancora. Lo stile lo definirei onirico e in questo credo di assecondare ciò che amo, ciò in cui sento di trovarmi abbastanza comodo. Gli scenari onirici, e una narrazione così pensata, sono ricchi di potenzialità, mescolano bene i più livelli della realtà: interno ed esterno, danno forma a pensieri che è difficile, spesso, comunicare o condividere. Amo la scrittura che mi fa in un certo senso “rallentare”, mi aiuta a pensare, che è ricca di introspezione, di aree insature che vanno ad interrogare il lettore e che mi interrogano da lettore. Cercare lo stile è anche cercare chi si è, quindi non ho una risposta definitiva rispetto a questa domanda, diciamo che cerco, e scrivere è contemporaneamente il tentativo di cercare qualcosa e di dare forma a quello che credo, almeno nel momento, di aver trovato.

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